In occasione della festa del 1° maggio, ripropongo su 5av.it un mio racconto sull'ultimo primero de mayo a Cuba che ha visto protagonista della giornata il lider maximo cubano Fidel Castro (era il 2006). Dopo di allora conosciamo la storia. In realtà lo ripropongo più che altro per ricordare quella bella vacanza a Cuba e quel giorno in Plaza de la Revolucion. ::
::::Cuba, primero de Mayo 2006
Eravamo nella Capitale da un paio di giorni e già si notavano i preparativi per la giornata campale del 1° maggio, festa dei lavoratori. Facevano bella mostra di sé enormi cartelloni propagandistici con il logo creato appositamente per quella giornata, con lo sfondo della bandiera cubana stilizzata e la fatidica data ben evidenziata; si notavano i preparativi nelle zone interessate dall’evento e altrettanto accadeva nei vari comitati sparpagliati nei quartieri.
E’ stata una pura casualità quella di trovarci lì in quei giorni, anche se – devo ammettere – mi aveva sempre incuriosito vederlo da vicino, specialmente...
dopo averne letto in precedenza, su qualche sito, i resoconti; in particolare ricordo dei post di Cubanite quando ancora non viveva a Cuba.
Quando sono in vacanza però, evito sempre di lasciarmi condizionare dal calendario, dalle ore o da altro, abbandonandomi esclusivamente a ciò che mi va di fare in quel preciso momento, vivendo tutto il periodo istante per istante, senza programmi e senza limitazioni. Così anche la giornata dei lavoratori - per me - era insignificante.
L’evento però ha destato la mia attenzione già nella notte precedente quando, girando per L’Havana, riscontrammo una serie di difficoltà nascenti dai preparativi: non potevamo raggiungere la Plaza de la Revolucion, luogo deputato alla manifestazione, per andare in un paio di locali di nostro interesse – chiusi per l’occasione - che si trovano proprio da quelle parti; così come tutta la notte aveva un altro sapore, un altro ritmo e un’altra faccia, quella del riposo, della tranquillità, diversa dai ritmi scanditi dalle altre notti habanere, specialmente nei prefestivi. Il che suscitò un certo malumore in noi.
Raddrizzata in qualche misura la serata, tra una nota e l’altra, l’occhio cadeva anche su quei particolari legati ai preparativi: dallo spiegamento di forze in circolazione, agli allestimenti per l’accoglienza. Tant’è che già sin dalle prime ore della mattina – per noi ancora notte precedente lì da finire – si vedevano arrivare mezzi di ogni tipo pieni di persone giunte lì per l’occasione. Si aspettava un’affluenza di oltre un milione di persone.
Chiudemmo in bellezza la nottata verso le 5 di mattina, buttati nella fossa del sonno, solo quando il fisico reclamò il giusto rifornimento di riposo. Ma più che una dormita (con la D maiuscola, come il caso avrebbe necessitato), si trattò di un pit stop nel letto, quel tanto necessario per riprendere la corsa. Senza per questo sentirci affaticati, anzi! Alla dieci eravamo già in pista, in fase di preparativi per inventarci una nuova giornata. Come di consueto, la musica avrebbe dovuto accompagnarci sin dal risveglio. Quel priemero de mayo però, accendendo la tv, fece capolino, in diretta da Plaza de la Revolucion, il Comandante in Capo Fidel Castro Ruz nel suo intervento per la giornata del lavoratori.
Restammo particolarmente attirati da quelle immagini e da quelle parole. Al che, come un sol uomo, pensammo di aggregarci alla folla. Così, riprese le forze, lindi e sistemati, ci avviammo verso una nuova giornata, destinazione Habana, Plaza de la Revolucion.
Arrivammo fin dove era consentito arrivare con i mezzi, per proseguire la nostra strada in una piacevole passeggiata, seguendo il flusso e vedendo verso l’orizzonte l’alto monumento che adorna la piazza e sotto il quale era in piena attività l’avvenimento.
Camminammo per le grandi strade semivuote, salvo sparuti gruppi di persone, fin quando, via via avvicinandoci, cresceva la presenza di gente e di quanto era stato preparato per l’occasione. Così ci trovammo in un parco, nei pressi della Plaza, tra grandi altoparlanti gracchianti che, già sulla via, diffondevano il discorso del Jefe; tra venditori ambulanti di bevande artigianali, rinchiuse in bottiglie di plastica riciclate, con i loro carrettini inventati; tra molti turisti, delle varie tipologie, da quelli con pantaloncino, marsupio e macchina fotografica, ai molti militanti della sinistra internazionale.
Più ci avvicinavamo alla meta e più cresceva la folla. Una moltitudine di persone, probabilmente stanche dal viaggio, provate dal caldo, cercava rifugio all’ombra degli alberi del parco, in solitudine o in gruppi, sdraiati, seduti o stravaccati a ricercare un po’ di riposo. Moltissimi riuniti in gruppi di ascolto; qualche coppia di ragazzi abbracciati a scambiarsi tenere effusioni e vecchietti provati dalla vita isolati nei loro pensieri.
Immaginavo di trovare una massa scomposta, rumorosa, un qualcosa che dimostrasse quel carattere tipicamente cubano, invece ho trovato una folla composta, stranamente silenziosa, rispettosa. Immaginavo di trovare un affollamento dal quale me ne sarei scappato, come regolarmente faccio in queste occasioni, e ho trovato centinaia di migliaia di persone che evitava di accalcarsi, mantenendo intelligentemente degli spazi vuoti; ho anche trovato tanta stanchezza e tanti volti provati.
C’erano grandi e piccini quella mattina in piazza, migliaia e migliaia di bandierine cubane di carta, col bastoncino di legno; migliaia di bandiere con l’icona del Che; cartelloni e manifesti inneggianti alla rivoluzione; tutti – e dico tutti i cubani presenti, quindi centinaia di migliaia di persone – con la loro maglietta rossa, con su scritto un qualche slogan rivoluzionario, rendevano un effetto assolutamente unico, come un grande lago rosso in cui veleggiavano migliaia di vele dai colori cubani: le bandiere. Quella gran massa dal rosso vivo, nel tono e nelle movenze della gente, diversamente, sembrava il sangue sgorgante da una ferita di una città provata, scendere lungo le sue vie principali, partendo dalla grande piazza.
Pensieri diversi, a seconda del modo di vedere, di leggere le cose e gli eventi. Quella gente, quel giorno, mi ha dato l’idea che interpretasse le ferite e il sangue che corre, come sé stessa nella grande commedia politica internazionale, in cui la sofferenza è tutta della popolazione. Così come lo è la vitalità e la gioia di vivere e di divertirsi.
Sul palco, preparato per l’occasione, tra l’establishement del potere politico cubano, c’era il Comandante en Jefe Fidel Castro che proseguiva il suo discorso. Parlava già da più di tre ore e non dava alcun segno di cedevolezza. Parlava della situazione economica di Cuba, dei risultati dell’ultimo trimestre, della situazione industriale, delle strategie e delle risorse. Francamente però, ben poca era l’attenzione prestata al discorso fiume, quantomeno da parte mia, ma credo che fossi in buona compagnia, a giudicare dal grado di attenzione che si poteva notare tra la gente, probabilmente già sfiancata. Qui il discorso completo in spagnolo, qui in italiano
Non potevano mancare gli italici nostalgici veterocomunismi, i verdi, i rossi etc bandieramuniti col proprio vessillo del movimento/partito di appartenenza. Così come vi era una buona presenza di movimenti di sinistra da ogni dove, specialmente sudamericani.
Tra tutto quel rosso, le bandiere, la stanchezza, gli altoparlanti che ruomoreggiavano, ci facemmo strada, poco a poco, fin nei pressi del palco del Comandante. Lo vedevamo nitidamente mentre proseguiva imperterrito il suo discorso, senza scomporsi. Avevo davanti a me un uomo che ha comunque segnato la storia, nel bene e nel male (dipende anche dai punti di vista). Un uomo che ha fatto la storia del suo Paese ed ha segnato quella internazionale.
Era a poche decine di metri dalla nostra posizione. Lo vedevo per la prima volta, anche se pochi anni fa, per pura casualità, ci siamo trovati nello stesso posto nella stessa ora, mentre lui passava a bordo della sua Mercedes nera, con tanto di scorta presidenziale, all’incrocio del Malecon de La Habana con la strada che porta al Nacional.
Dopo averne letto, sentito e visto, ascoltavo dal vivo uno dei suoi discorsi fiume, uno dei famosi discorsi di Fidel Castro, che hanno contribuito a crearne il mito; ed in effetti non si è smentito, sia per i toni usati che per i contenuti, anche quello resterà negli annali. Cosicché ci siamo fatti spazio tra la gente, per la verità non è che fosse così difficile intrufolarsi, fin ad arrivare in posizione da fotografia, anche se avevo con me una piccola digitale.
Curiosamente però mi sono soffermato a scattare anche qualche altra “scena da un comizio di Fidel”, dalla parte di chi lo ascolta. Ci aggiravamo tra la gente, rispettosamente, guardandoci intorno consapevoli che eravamo visibili, che non ci poteva essere confusione e che il momento meritava considerazione. La gente, come al solito, è stata sempre cordiale e affabile, anche se la circostanza, dai contenuti prettamente politici e dalla forma tipicamente governativa, non era proprio di quelle ludiche.
Fidel Castro continuava il suo comizio mentre noi ci avviavamo verso la via del ritorno; la stanchezza della gente era palpabile e visibile nei loro comportamenti. Mi ero soffermato a guardare un italiano che sventolava la bandiera dei verdi, incuriosito dalla sua presenza e dal suo modo un po’ stravagante di presentarsi, fermo nelle vicinanze di un gruppo di brasiliani, giunti a Cuba, tra i tanti di altre parti del mondo, per svolgere lavori solidali. Distrattamente mi aggiravo tra la gente, tra bandierine colorate e magliette rosse, mentre le grandi casse acustiche diffondevano – scoprì poco dopo - le ultime parole del Jefe: “Patria o muerte!”.
Fu un momento, il solo momento di dire e sentire quelle tre parole, che cambiò completamente l’atmosfera della piazza: dal senso di stanchezza, di attesa, di distrazione si è passati ad una strana euforia. Un grido collettivo, una sola voce, partecipata da tutta la folla, ha inneggiato, ripetendo le parole di Fidel, alla patria: Patria o muerte! è stato il grido, ripetuto in un'onda collettiva di gente che, da stanca e rilassata che era, ha avuto un guizzo, un irrigidimento di schiena che ha mosso centinaia di migliaia di persone contemporaneamente, unite da un manifesto sentimento di patriottismo.
Quegli istanti, vissuti inaspettatamente, non nego che mi hanno provocato una forte emozione, fino ad accapponarmi la pelle. Indescrivibile per come l’ho vissuta io, fra lo scettico e il rassegnato all’idea della cooptazione della gente da parte delle varie strutture del partito. Non immaginavo, pur sapendone dell’argomento, una simile reazione spontanea della gente, dai vecchi ai ragazzi, una simile dimostrazione di attaccamento alla nazione e alla loro identità, con un alto senso di appartenenza e di orgoglio nazionale. Da invidia!
Certo, questo non vuol indicare nulla di politicamente significativo, potrebbe essere stata anche una reazione liberatoria, però in quel preciso momento ha assunto ciò che ho cercato di descrivere, almeno ai miei occhi. Da quel momento però è scattata una grande euforia nella gente che si avviava a liberare la piazza. E’ così che si è sprigionato il tipico atteggiamento cubano, festoso, casinaro, musicante, ballerino.
Gente che suonava la tromba, tamburi; gruppi improvvisati inscenavano balli e canti, mentre i venditori cercavano di fare qualche piccolo affare rifilando qualche bibita, qualche maglietta rossa commemorativa della giornata in ricordo ai turisti presenti (una maglietta me la sono comprata anche io, da perfetto Yuma
)) ), qualche bandierina o altro, tanto per non dimenticare che ogni occasione è buona per guadagnare qualche CuC.
Si è così riversata una fiumana di gente sulle grandi strade, prima semivuote, diretta verso i punti di ritrovo dove ognuno prendeva la via per la propria destinazione. Una folla infinita. Una marea di camion, autobus e tutto quanto poteva trasportare persone, in un gran guazzabuglio di gente festosa, di mezzi che si muovevano nella più classica fumosità dei mezzi cubani, di assembramenti di persone che si dilettavano, mentre alcuni si abbarbicavano letteralmente ai camion trasporto merci. Tutto in un gran sventolare di bandiere e suoni, in una confusione più confusa della solita confusione cubana.
Ci lasciammo trasportare dalla folla per un bel pezzo, incuriositi da quel movimento e dalle varie scene che ci si presentavano, finchè decidemmo di farci accompagnare da un bici taxi verso la macchina. Era tempo di andare al mare, di vivere altre sensazioni. Di quella mattinata, restava solo il ricordo.
Fidel Castro durante il suo lungo discorso del 1° maggio 2006
Gente di Cuba in piazza de La Revolucion il 1° maggio 2006.








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