da El Pais - ÁLVARO DE CÓZAR (ENVIADO ESPECIAL)- Traduzione di TIO GIGI
Cuba é Juba
L’Avana, 14 gennaio -I “ jubanos “, un gruppo di bambini del Sudan del Sud che furono inviati a L’Avana durante la guerra civile , sono ritornati a Juba per iniziare la ricostruzione del loro paese. - - Allor quando la guerra civile irruppe nel sud del Sudan , nel 1983, migliaia di giovani furono inviati nei campi di addestramento in Etiopia perché fossero addestrati per i combattimenti. Certi addestratori erano cubani , inviati da Castro per incoraggiare le rivoluzioni in Africa ed esportare il comunismo. Molte delle nuove reclute erano bambini incapaci di caricare un’arma. Gli istruttori considerarono che non erano adatti per andare in guerra ed invece di mandarli al fronte li mandarono (giustamente) a Cuba perché studiassero. Quei bambini ora stanno tornando a Juba per ricostruire il paese che lasciarono. Affettuosamente , quei bambini , sono chiamati i “ Jubanos” Clicca su leggi tutto per continuare - Haz click sobre "leggi tutto" para continuar
“Ho pensato che , con la mia esperienza , avrei potuto fare molto per questo paese" dice Orik Simon , uno dei “jubanos” rientrati
Nel locale Havana , nella città di Juba , Orik Simon , di 38 anni , beve un sorso della locale birra Tasker e prosegue la narrazione in uno spagnolo perfetto e con un accento cubano molto pronunciato. “ Il viaggio fu nel 1985 , avevo 13 anni , fummo in Eritrea e , da lì , salimmo dal Mediterraneo fino all’America su di una nave sovietica. Eravamo più di 300 . Credo che passammo da qualche porto spagnolo e poi per le Canarie. Passammo 22 giorni in mare fino a che raggiungemmo L’Avana “.
Orik ed i suoi compagni incontrarono lì altri africani provenienti da tutto il continente nero.
Li misero nell’Isola della Gioventù e lì iniziarono ad andare a scuola. Poco dopo altri 300 bimbi sudanesi arrivarono a Cuba , questa volta in aero , e successivamente altri mille.
Approfittarono dell’opportunità a loro offerta e Orik , anni dopo , frequentò l’università e studiò laureandosi in veterinaria. La vita lo portò , di seguito , in Canada dove si fece una famiglia.
Nel 2007, due anni dopo la fine della guerra, decise di tornare. “Avevo voglia di vedere che aiuto potevo dare. Dopo la guerra il Sudan del Sud era totalmente distrutto. Ho pensato che , con la mia esperienza , potevo essere utile al mio paese. Ora mi dedico a costruire strade . Iniziammo con 10 camion noleggiati che ora sono nostri”.
Alle tre di pomeriggio non c’è molta gente nell’Havana e si riesce anche a parlare assaggiando qualche tipico piatto della cucina cubana. A quest’ora la cameriera serve due birre in un locale vuoto ma che stasera sarà pieno.E’ il punto di ritrovo di alcuni “jubanos” che studiarono in Cuba con Orik. Ci sono medici , ingegneri , economisti. , una élite che ha deciso di ritornare per porre le basi di un nuovo stato che sta per nascere e per aggiustare il paese con un bicchiere di rum ( penso si debba intendere come :grazie a ciò che Cuba ha insegnato )
“Questa settimana abbiamo votato per nostra separazione con un referendum. Io non lo dimenticherò mai. Stiamo facendo la storia e , grazie a Dio , sono a Juba per vederlo.”
Per convertire il Sudan del Sud in un paese con un futuro Orik trae dettami dal comunismo dicendo “ Ci sono cose che mescolate col capitalismo non sono per niente male. La sanità e l’educazione , per esempio. Io non ho mai visto morire nessuno di fame a Cuba . Potevano mancare le scarpe ma il necessario c’era. Credo che dobbiamo iniziare dall’educazione e bisogna approfittare di ciò che abbiamo .Sulle rive del Nilo si piantano pietre e , sicuro , qualche cosa nasce”
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Cuba es Juba
Los 'jubanos', un grupo de niños del sur de Sudán que fueron enviados a La Habana durante la guerra civil, han regresado a Juba para comenzar a reconstruir su país
muchos niños no eran aptos para la guerra y los mandaron a escuelas cubanas
"Pensé que con mi experiencia podía hacer mucho por este país", explica Orik Simon, uno de los 'jubanos' que ha regresado
En el local Havana, en la ciudad de Juba, Orik Simon, de 38 años, da un sorbo a la cerveza local Tasker y prosigue la narración en un español perfecto y con un acento cubano muy pronunciado: "El viaje fue en 1985. Tenía 13 años. Fuimos a Eritrea y salimos por el mediterráneo hacia América en un barco soviético. Éramos unos 300 y pico. Creo que pasamos por algún puerto español. Y luego por las Canarias. Estuvimos 22 días en el mar hasta que llegamos a La Habana".
Orik y sus compañeros se encontraron allí a africanos de todo el continente. Los instalaron en la Isla de la Juventud y allí empezaron a ir a la escuela. Poco después, otros 300 niños sudaneses viajaron a Cuba, esta vez en avión. Y luego miles.
Aprovecharon la oportunidad. Orik fue a la universidad años más tarde y estudió medicina veterinaria. La vida le llevó después a Canadá, donde tuvo familia. En 2007, dos años después de que terminase la guerra, decidió regresar. "Tenía ganas de ver en qué podía ayudar. Después de la guerra, Sudán del Sur quedó totalmente destruido. Pensé que con mi experiencia podía hacer mucho por este país. Ahora me dedico a hacer carreteras. Empezamos con 10 camiones alquilados que ahora son nuestros", relata.
A las tres de la tarde no hay mucha gente en el Havana y se puede conversar mientras se come algún típico plato cubano. A esa hora la camarera sirve dos cervezas más en una barra vacía que por la noche estará atestada. Allí se reúnen algunos de los jubanos que estudiaron con Orik en Cuba. Son médicos, ingenieros, economistas... Una élite en Juba que ha decidido regresar para poner las bases del nuevo estado que está a punto de nacer y para arreglar el país con una copa de ron. "Esta semana hemos votado nuestra separación en el referéndum. Yo no lo voy a olvidar nunca. Estamos haciendo historia y gracias a Dios que yo estoy en Juba para verlo".
Para convertir a Sudán del Sur en un país con éxito, Orik saca a relucir algunas enseñanzas del comunismo: "Hay cosas que si las mezclas con el capitalismo no están nada mal. La sanidad y la educación, por ejemplo. Yo nunca vi morir a nadie de hambre en Cuba. Podía faltarles un zapato pero lo básico estaba. Creo que nosotros tenemos que empezar por la educación. Hay que aprovechar lo que tenemos. En la orilla del Nilo se pueden sembrar piedras y seguro que crece algo".






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