Articolo di Filippo Manghisi & Stefano Guastella . Direttamente dalla sede Avanera dell'UNEAC il nostro carissimo amico Dott. Humberto Rodriguez Manso, ci invia un importante documento diretto a far capire cosa è , una della più importanti riviste culturali cubane: "La Gaceta di cuba". Dopo una sofferta e difficile traduzione in Italiano, Lo pubblichiamo integralmente nelle due lingue: Italiano e spagnolo. Buona Lettura
MONOLOGO DI UN GIORNALISTA DA RIVISTA
LA GACETA DE CUBA, QUALCOSA SULLA SUA STORIA PIU’ RECENTE di Norberto Codina (Direttore Gaceta di cuba)
L’Unione Scrittori ed Artisti di Cuba, nasce nell’Agosto del 1961 e La Gaceta de Cuba (La Gazzetta di Cuba) vede la luce alcuni mesi dopo, il 15 Aprile del 1962.Le riviste culturali sono state per la maggior parte, compreso molte riviste di carattere istituzionale, una necessità alternativa. La Gaceta… nacque come gli corrisponderebbe per la sua stessa natura, con la dinamica di contribuire ad animare il clima culturale di una società in piena trasformazione, dove le azioni e le contraddizioni si moltiplicavano; tra le scaramucce ideologiche o le preferenze intellettuali quotidiane, ci resta il mosaico, a volte preciso, a volte impreciso, di un’epoca.
Ogni rivista, anche se l’editore non lo propone, ha la sua drammaturgia. Non è una casualità se uno studente di Giornalismo sviluppa le sue tesi di laurea su La Gaceta del periodo che va dal 1992 al 1995. Perché sceglie questo periodo? Perché indiscutibilmente i numeri pubblicati in questo momento avevano delle particolarità, singolarità, necessità e richiami che sono cambiati, si sono evoluti, ma non sono scomparsi. Questo è in relazione con il nostro dibattito su quello che viene pubblicato su ogni rivista.
Ci accompagna inoltre la nostra tradizione di riveste culturali e basta menzionare le più recenti come Orígenes, Ciclón, Lunes de Revolución. Nel suo disegno e nei collaboratori de La Gaceta… di allora, si vede che c’è un vaso di comunicazione con la rivista Lunes de Revolución, però allo stesso tempo il suo nome lo prende dalla Gaceta del Caribe, una pubblicazione degli anni 40, di quelle che non sono state riconosciute sufficientemente, come Orto, la rivista di Manzanillo. Mi pare più che giusto parlare di Ciclón, di Orígenes, di Avance, le nostre grandi pietre miliari, però Orto è stata una rivista eccezionale, fatta nel cuore di Manzanillo, agli inizi della seconda decade del secolo scorso, il che vuol dire che entro pochi anni celebreremo il centenario. E’ stata una rivista emblematica e rappresentativa nella storia del nostro paese, per gli anni in cui è stata stampata, (quasi mezzo secolo!), per il luogo dove fu pubblicata, per come fu ecumenica, e per le firme giornalistiche che vi parteciparono. Orto riuscì ad essere, nell’essenziale, ampia ed inclusiva. Con una diversa tendenza, potrei menzionare un’altra illustre dimenticata, Grafos, rivista di “arte letteratura, decorazione, mode, sociale e attualità”, dove venivano pubblicati personaggi come Nicolás Guillén, Apollinaire, Gómez de la Serna, Lezama, Pita Rodríguez, Artaud, Medardo e Cintio Vitier, Bachellard e Alfonso Reyes, tra gli altri. Stampata a La Habana, tra il 1933 e il 1946, era un importante diffusore culturale, nel mezzo del marasma repubblicano.
Un capitolo a carattere personale è che in questa rivista (La Gaceta…), ho pubblicato, nell’anno 1972, più di 35 anni fa, i miei primi poemi in una pubblicazione nazionale. Fino ad allora ero stato solo un lettore intermittente della rivista. Nell’anno 1986, diventai membro del consiglio editoriale, quando Lisandro Otero e Carlos Martí ridisegnarono La Gaceta…, e tornò ad essere chiamata La Gaceta de Cuba.
Proprio ad Aprile del 2010, quando la rivista ha raggiunto i 48 anni, io ho compiuto i 22 di lavoro qui. Ho battuto, come direttore, il record del poeta Luis Marré, che fu per 18 anni il Capo della redazione. Per me, è il capitolo più importante della mia vita professionale. Anche se non mi considero un poeta vergognoso, la mia passione e il mio legame con la rivista hanno spostato in secondo piano il mio ruolo di poeta. E non solo dal punto di vista professionale, ama anche dal punto di vista sociale e, logicamente, spirituale. E’ stato particolarmente importante E’ stato qualcosa di particolarmente importante, al che mi sono consegnato sotto tutti i punti di vista.
Qui mi piacerebbe ricordare i versi che più di otto decadi fa scrisse sulla “Città delle colonne” il venezuelano: Ah! Non sanno quanto è bello vivere a La Habana/ o a Caracas, facendo quello che vogliamo. / Sono un poeta? Se voglio sono anche uno scrittore da rivista; che provi ad essere anche Poeta, se vuole, uno scrittore da rivista
Mantenere una rivista culturale aggiornata, con determinate ambizioni, cercando il dialogo, il dibattito, la diversità, la pluralità… non a Cuba, non solo nell’ambito latinoamericano, ma nel mondo odierno, quando non ci sono dietro questi potenti finanziamenti di marche commerciali o d’imprese, (come ad esempio succede nell’importante rivista Vuelta, di Octavio Paz, dove pur avendo l’aura di prestigio intellettuale e fuori dubbio l’indiscutibile importanza della pubblicazione, circa il 40% delle sue pagine sono composte da annunci pubblicitari), implica dedizione e impegno costante.
Nella tradizione cubana, le riviste e i supplementi culturali, dalle loro prime apparizioni nel secolo XIX, anche se numerose e differenti, nella maggioranza dei casi ebber vita breve, come danno prova tra gli altri gli accurati studi di Antonio Bachiller y Morales e di Ambrosio Fornet.
Qualcuno ha detto che le riviste culturali nell’america Latina sono di carattere religioso, perché escono “Quando Dio vuole” e aver mantenuto La Gaceta de Cuba con un’uscita puntuale durante gli ultimi venti anni, è stata una sfida, perché se non c’è qualità, se non c’è differenza , se non ci sono rappresentazioni accompagnate da una frequenza responsabile, vorrebbe dire che non stà svolgendo il suo compito. Sono molte le ambizioni e i traguadi che ci prefiggiamo. Un’altra cosa è quello che può pensare il lettore o il collaboratore della rivista.
Per me è stato appassionante perché abbiamo potuto generare linee di lavoro nuove, come per esempo i concorsi della rivista. Abbiamo raggiunto i sedici anni con un concorso di racconti e i quindici con uno di poesia, che sono tra i più importanti del paese. Adesso ne abbiamo inaugurato uno dedicato ai saggi, che è già alla sua seconda edizione, con il prestigioso e importante nome di José Juan Arrom.
Un tema che è stato fondamentale nella rivista è che la divulgazione degli scrittori e degli artisti sia propiziata per un valore generale di qualità, che deve essere applicato alla stessa maniera, a coloro che sono chiamati “dell’interno” a coloro de La Habana e a coloro che sono provenienti dall’Estero, sempre con l’intenzione di promuoverli senza traccia “populismo” o di “paternalismo”. Non siamo mai stati d’accordo con il principio che “adesso tocca a a questo, adesso tocca a quello”, però d’altra parte, questa rivista è una pubblicazione dell’UNEAC e ha un livello di responsabilità e di rappresentanza con la piattaforma dell’istituzione.
Non mi piace utilizzare il termine di “organo” ne di “pubblicazione ufficial”, però la rivista fa parte ed è integrata organicamente nell’istituzione ed ha a che vedere con la sua politica, che è stata fondamentale per gli spazi che si è guadagnata La Gaceta.
Il riconoscere agli scrittori e agli intellettuali cubani che vivono fuori dal paese, in qualsiasi parte del mondo, non solo negli Stati Uniti o in Spagna, la cosiddetta diaspora culturale cubana (che mette insieme esilio, emigrazione o semplice nomadismo, tipico del mondo in cui viviamo), è stata fin dal principio degli anni 90 uno sguardo fondamentale del profilo editoriale.Dal 1992, quando abbiamo iniziato a rendere sistematico questo impegno, smettendo di essere qualcosa di isolato o congiunturale, fino ad adesso sono già più di 550 i pezzi che ci sono di bibliografia attiva e passiva della cultura cubana della diaspora apparsi ne La Gaceta. Al punto che esiste un libro di Ambrosio Fornet, della casa editrice Capiro, intitolato Memorie recuperate. Introduzione al discorso letterario della diaspora, che compila i cinque Dossier che Ambrosio ha scritto e pubblicato sulla rivista riguardo a questo tema.
Il tema sugli autori della Diaspora, continua ad essere di grande attualità e sensibilità dentro e fuori dall’Isola, anche se siamo avanzati molto, continua ad essere per il momento un argomento controverso. Mantenere questi spazi che identificano il nostro profilo è stato una sfida.
Come nella disconoscenza della diversità rappresentata da La Gaceta… e da altre riviste culturali, gli stessi autori negano o non ammettono il riconoscimento della la cosiddetta cultura della diaspora, dopo essere stato rinviato per tanti anni , ha trovato un posto nella nostra rivista. Più che le cifre, che sono eloquenti, c’è la chiara volontà di vedere la cultura cubana come una sola. Nel caso di scrittori non radicati nella capitale, i due concorsi hanno aiutato molto. Ci è successo che membri della UNEAC delle filiali provinciali, con una suscettibilità non sempre condizionata dal “fatalismo geografico”, hanno reclamato la loro visibilità negli spazi nazionali e una presenza più impegnata del loro interagire nella cultura nazionale.
A volte un autore del cosiddetto “interno” può apparire in svariate occasioni sulla rivista, mentre altri autori non appaiono mai. Applichiamo un metodo di selezione che, come altri metodi, può essere ingiusto, però è un principio per di tutti gli editori. Come Roberto Fernández Retamar, un editore si misura dalle volte in cui dice “no” e non dalle volte in cui dice “si”, anche se la rivista pretende di essere inclusiva. Questo è nello spirito di una citazione di Fidel in “Parole agli intellettuali”. Citazione che è una scommessa al futuro, dato che fu detta nel giugno del 1961, quando ancora non esisteva UNEAC, e ancor meno esisteva quello che sarebbe stato il primo numero della Gaceta: “Noi crediamo che gli scrittori e gli artisti, attraverso la loro associazione, debbano avere un ampio magazzino culturale, al quale tutti abbiano accesso”. Questa ampiezza, questo principio di accesso inclusivo, richiede da parte dell’editore una decantazione.
Con lo spazio dedicato alla diaspora succede lo stesso. Hanno detto: tale tema non si pubblica perché il protagonista è fuori dal paese, oppure si pubblica dopo che sia morto. All’altro estremo, c’è che si è chiesto se per essere pubblicati su La Gaceta… si deve andar via da Cuba. Le critiche possono essere da entrambe le parti.
Credo che qualsiasi pubblicazione culturale, o per lo meno questa è stata l’intenzione de La Gaceta–, deve stare all’erta con i cosiddetti margini o i silenzi nella cultura. A cosa mi riferisco: parliamo degli scrittori della diaspora, degli artisti e degli intellettuali dell’interno del paese, però dobbiamo parlare anche della presenza della donna, del nero, della letteratura omoerotica, delle generazioni più nuove, delle diverse rappresentazioni, anche se è chiaro che una rivista si associa ad un determinato gruppo, che molte volte può avere un’impronta generazionale. Nel nostro caso, nella rivista si riuniscono due o tre promozioni dei creatori, però la direzione della rivista è stata in questi venti anni, con Padura, con Arturo e con me, per una sola promozione e anche questo ha avuto la sua influenza. Non possiamo e non dobbiamo essere ingenui
Quando parlavo dei silenzi, mi riferivo a quelli degli intellettuali e dagli artisti importanti che a volte per moda sono dimenticati e a quello che funziona a volte come letture politiche con pregiudizi e arbitrariamente escludenti, che possono avvenire sotto qualsiasi segno. Quello che è la eterodossia di oggi può essere la ortodossia di domani. Un grande poeta come Nicolás Guillén, che è anche il nostro fondatore, in un determinato momento passò dal canone più stereotipato, alla dimenticanza più grossolana, così come è successo con altre letture e altri pregiudizi, ad autori come Gastón Baquero o Eugenio Florit. Però non sto parlando solo di letture tendenziose che potevano essere lette sotto un segno di politica: per esempio nel 2008, fu il centenario di Emilio Ballagas, e, fortunatamente, si tenne presente, pagando un debito indiscutibile. E’ uno dei nostri grandi poeti e, quando per ragioni di carenza di spazi, (dicono che la memoria ai tropici è molto leggera, perché non sappiamo divulgare o salvaguardare i nostri valori culturali emblematici), credo che Emilio Ballagas, così come Regino Pedroso o Regino Boti o Félix Pita Rodríguez, il cui secolo di nascita è passato quasi impercettibilmente, non hanno avuto o continuano a non avere, la sufficiente divulgazione nel nostro paese. Altri esempi si potrebbero trovare nella musica, nella pittura o nel teatro.
Anche nel caso di altre figure, ci siamo dovuti confrontare con il silenzio, la dimenticanza, soprattutto per la pigrizia e l’arbitrio che generano le mode e le antimode. Per questo abbiamo cercato, dalla nostra prospettiva e possibilità reale, di dare ad alcune di loro una maggior visibilità. Un esempio lo è il narratore Miguel Collazo, che per la sua semplicità e timidezza è stato protagonista di 2una vita ai margini”, e ha avuto una fine tragica, in accordo con l’angustia che attraversava le sue opere. Fu uno scrittore di una singolarità che segnò perfino le promozioni più giovani. Tra le altre cose non vinse mai il Premio Nazionale della Letteratura, ne fu giurato, ne oggetto di omaggi e anche se tutti concordano nella sua ammirazione, possono passare anni senza che si pubblichi niente su di lui.
Come modello di alcune delle nostre proposte tematiche e di quello che abbiamo menzionato anteriormente, prendiamo il numero del 45° anniversario de La Gaceta…. Si fa un omaggio in controcopertina a Collazo e in copertina a Flavio Garciandía, noto pittore cubano che vive fuori dal nostro paese. In questa stessa edizione c’è un dossier sui romanzieri cubani di oggi. Parliamo di non avere pregiudizi, da quando siamo avanzati in determinate direzioni: in questo numero è incluso un testo di Reynaldo González che ci presentò nel 1994 e che in quella occasione ritenemmo che il tema abbordato era rimasto indietro nel dibattito, che era in relazione con la presenza della diversità sessuale e il tema omosessuale nella vita di qualsiasi società. In quel momento dicemmo a Reynaldo che c’erano degli aspetti che ormai erano stati superati. La vita ci dimostra il contrario, che i pregiudizi sono molto forti, si mascherano e sopravvivono in varie forme e che questo è un processo più lungo e complesso e che non bastano le buone intenzioni.
Altro tema di questo numero: il Dossier sui romanzieri cubani, solo dell’isola e attivi. Quando commentai questa idea molte persone mi domandarono: “Sono tanti?” Posso dire che nell’articolo ce ne sono rappresentati diciassette e che ce ne mancarono 4 o 5 che non riuscimmo a localizzare, o non consegnarono a tempo il questionario o di cui ci dimenticammo, compreso il caso involontario di una amica, se di preferenza personali si tratta, e sono sicuro che ce ne sono mancati altri di cui non ci ricordiamo in questo momento. Stiamo parlando di una ventina di romanzieri cubani con una presenza attiva nella narrativa dell’isola. Nonostante questo, c’è stato chi reagì con totale scetticismo “E’ giustificato il Dossier?” E il dossier straripò dalla rivista.
Continuando con il corso dei margini, uno dei testi più importanti che abbiamo pubblicato negli ultimi anni su La Gaceta…, fu una intervista esemplare che fa da testimone, fu realizzata da Tato Quiñones a Manolo Granados, un narratore con una voce molto particolare, che morì all’estero ed è stato poco conosciuto. Questa è stata la volontà della rivista, senza ovviare che nella cultura esiste un principio che può sembrare molto elitario, però che dimentichiamo a volte in un falso egualitarismo: le gerarchie. Però le gerarchie devono essere legittime e riconoscibili, tanto al centro quanto ai margini. Nella cultura, più che in qualunque altro spazio, l’egualitarismo è la peggiore delle disuguaglianze. Guillén, Carpentier, Lezama e Virgilio sono quelli che sono, non ci si può sbagliare.
Nell’anno 1992, quando riapparse La Gaceta de Cuba, nella prima nota editoriale, stabilimmo che la rivista si proponeva di essere quella di prima e distinta. Credo che non si possa perdere la prospettiva di quanto stabilito, e non deve perdere il punto focale e il profilo editoriale nessun’altra pubblicazione. Se La Gaceta… è arrivata ad uno stadio, adesso è una sfida per il futuro prossimo.
Per concludere, vorrei farlo con qualcuno che, come “madrina cartesiana” della rivista, è stata il midollo spinale di questo pugno di idee, oltre che la mia interlocutrice lucida e insostituibile di più di venti anni, Graziella Pogolotti:
MONÓLOGO DE UN REVISTERO
LA GACETA DE CUBA, ALGO DE SU HISTORIA MÁS RECIENTE Norberto Codina (Dir. La Gaceta de Cuba)
La Unión de Escritores y Artistas de Cuba se crea en agosto de 1961 y la La Gaceta de Cuba surge unos meses después, el 15 de abril de 1962.
Las revistas culturales han sido mayoritariamente, incluyendo muchas de carácter institucional, una necesidad alternativa.La Gaceta… surgió como le correspondería por su naturaleza misma, con la dinámica de contribuir a animar el clima cultural de una sociedad en plena transformación, donde acciones y contradicciones se multiplicaban; entre escaramuzas ideológicas o preferencias intelectuales cotidianas, nos queda el mosaico, a veces preciso, a veces impreciso, de una época.
Cada revista, aunque el editor no se lo haya propuesto, tiene su dramaturgia. No es casualidad que un estudiante de periodismo desarrollara su tesis de licenciatura sobre La Gaceta del 92 al 95. ¿Por qué escogió esa etapa?, porque indiscutiblemente los números que se publicaban en ese momento tenían particularidades, singularidades, necesidades y reclamos que cambiaron, evolucionaron, pero no desaparecieron. Esto se relaciona con lo que debatimos sobre qué se publica en cada revista.
Nos acompaña además nuestra tradición de revistas culturales, y basta mencionar las más recientes como Orígenes, Ciclón, Lunes de Revolución. En su diseño y en los colaboradores de La Gaceta… de entonces se ve que hay un vaso comunicante con Lunes de Revolución, pero a su vez su nombre lo toma de Gaceta del Caribe, una publicación de los años 40, de ésas que no se han reconocido suficientemente –como Orto, la revista manzanillera. Me parece ejemplar que hablemos de Ciclón, de Orígenes, de Avance, nuestros grandes hitos, pero Orto fue una revista excepcional, hecha en el profundo Manzanillo, desde principios de la segunda década del siglo pasado, o sea, cumplirá cien años dentro de poco. Fue una revista emblemática y representativa en la historia de nuestro país, por los años que duró, ¡casi medio siglo!, el lugar dónde se publicó, lo ecuménica que fue, las firmas que logró. Orto logró ser en lo esencial amplia e incluyente. Con diferente tendencia, pudiera mencionarse otra ilustre olvidada, Grafos, revista “de arte, literatura, decoración, modas, sociales, actualidad”, donde se publicaba a Nicolás Guillén, Apollinaire, Gómez de la Serna, Lezama, Pita Rodríguez, Artaud, Medardo y Cintio Vitier, Bachellard y Alfonso Reyes, entre muchos otros. Hecha en La Habana, entre 1933 y 1946, era una importante difusora cultural en medio del marasmo republicano.
Un capítulo personal es que en esta revista publiqué, en el año 1972, hace más de treinta y cinco años, mis primeros poemas en una publicación nacional, antes de eso había sólo un vínculo intermitente como lector. En el año 86 pasé a ser miembro del consejo editorial, cuando Lisandro Otero y Carlos Martí rediseñaron La Gaceta…, y volvió a ser La Gaceta de Cuba.
Justo en abril, cuando se cumplen los cuarenta y ocho años de la revista, yo cumplo veintidós en ella. Rompí, como director, el récord del poeta Luis Marré, que estuvo dieciocho años como jefe de redacción. Para mí, es el capítulo más importante de mi vida profesional. Incluso, aunque no me considero un poeta vergonzante, mi pasión y mi vínculo con la revista han desplazado esa condición de poeta. Y no sólo desde el punto de vista profesional, sino desde el punto de vista social y, como es lógico, espiritual. Ha sido algo particularmente importante, a lo que me he entregado en todo lo posible.
Aquí me gustaría recordar los versos que hace más de ocho décadas escribiera en “la ciudad de las columnas” el venezolano Andrés Eloy Blanco: ¡Ay! No saben lo bueno que es vivir en La Habana / o en Caracas, haciendo lo que nos da la gana. / ¿Soy poeta? Pues soy Revistero, si quiero; /que pruebe a ser Poeta, si quiere, un Revistero. Mantener una revista cultural al día, con determinadas ambiciones, buscando el diálogo, el debate, la diversidad, la pluralidad… no en Cuba, no sólo en el ámbito latinoamericano, sino en el mundo de hoy, cuando no hay detrás de esto poderosos financiamientos de marcas comerciales o empresas –por ejemplo, en la importante revista Vuelta, de Octavio Paz, amén de tener el aura de su prestigio intelectual y la indiscutible importancia de esa publicación, aproximadamente el cuarenta por ciento de sus páginas eran anuncios – implica dedicación y entrega.
En la tradición cubana las revistas y suplementos culturales desde sus inicios en el xix, aunque numerosos y diversos, en su gran mayoría tuvieron una existencia breve, como dan fe entre otros los acuciosos estudios de Bachiller y Morales y Ambrosio Fornet.
Alguien dijo que las revistas culturales en América Latina son de carácter religioso, porque salen “cuando Dios quiere”, y haber mantenido La Gaceta de Cuba saliendo con puntualidad en los últimos veinte años ha sido un desafío, porque si no hay calidad, si no hay diversidad, si no hay representación acompañadas de una frecuencia responsable, evidentemente no está cumpliendo su cometido. Son muchas las ambiciones y las metas que pretendemos. Otra cosa es lo que pueda pensar el lector o el colaborador de la revista.
Para mí ha sido apasionante porque pudimos generar líneas de trabajo nuevas, como han sido los concursos de la revista. Llevamos dieciséis años con un concurso de cuentos y quince con uno de poesía que son de los más importantes del país. Ahora inauguramos uno de ensayo, ya en su segunda edición, con el prestigioso y comprometedor nombre de José Juan Arrom.
Un tema que ha sido fundamental en la revista es que la divulgación de los escritores y artistas se propicie por una valoración general de calidad que se debe aplicar por igual, a los del llamado del “interior”, a los de La Habana, y a los del “exterior”, siempre con la intención de promoverlos sin nada de “populismo” o “paternalismo”. Nunca hemos estado de acuerdo con el principio de que “le toca” a éste o a aquél, pero, por otro lado, ésta es una publicación de la UNEAC y tiene un nivel de responsabilidad y representatividad con la plataforma de la institución.
No me gusta utilizar el término de órgano ni publicación oficial, pero forma parte y está integrada orgánicamente a la institución y tiene que ver con su política, que ha sido fundamental para los espacios que ha ganado La Gaceta.
El reconocer a los escritores e intelectuales cubanos que viven fuera del país, en cualquier punto del orbe –no sólo en Estados Unidos o España, la llamada diáspora cultural cubana (que suma exilio, emigración, o simple nomadismo, propio del mundo que vivimos) – fue desde principios de los años 90 un eje fundamental del perfil editorial.Desde 1992, cuando empezamos a sistematizar este empeño y dejó de ser algo aislado o coyuntural, hasta ahora, suman más de quinientos cincuenta los asientos que hay de bibliografía activa y pasiva de la cultura cubana de la diáspora aparecidos en La Gaceta. Al punto de que existe un libro de Ambrosio Fornet, de la editorial Capiro, titulado Memorias recobradas. Introducción al discurso literario de la diáspora, que compila los cinco dossiers que Ambrosio antologara y publicara en la revista sobre este tema.
Los autores de la diáspora es un tema que continúa siendo hoy de alta sensibilidad dentro y fuera de la Isla, aunque hemos avanzado mucho, sigue siendo por momentos controvertible. Mantener estos espacios que identifican nuestro perfil ha sido un reto.
Como en el desconocimiento antes señalado a la diversidad representada por La Gaceta…y otras revistas culturales, los mismos autores[16] niegan, o tergiversan, el reconocimiento que la llamada cultura de la diáspora, después de ser postergado durante tantos años, ha tenido con justicia en nuestra revista. Más que las cifras, que son elocuentes, está la clara voluntad de ver la cultura cubana como una sola.
En el caso de los escritores no radicados en la capital, los dos concursos han ayudado mucho. Nos ha sucedido que los miembros de la UNEAC de las filiales provinciales, con una susceptibilidad no siempre condicionada por el fantasma de “el fatalismo geográfico”, han reclamado su visibilidad en los espacios nacionales, y una presencia más comprometida de su interactuar en la cultura nacional.
A veces un autor del llamado “interior” puede aparecer en reiteradas ocasiones en la revista y otros autores no aparecer nunca. Aplicamos un rasero de selección que, como todos, puede ser injusto, pero es un principio de todo editor. Como diría Roberto Fernández Retamar, un editor se mide por las veces que dice “no”, no por las veces que dice “sí”, aunque la revista pretenda ser inclusiva. Ello está en el espíritu de una cita de Fidel en “Palabras a los intelectuales” Cita que es una apuesta al futuro, porque fue dicha en junio del 61, cuando todavía no existía la UNEAC, mucho menos lo que sería aquella primera Gaceta: “Nosotros creemos que los escritores y artistas, a través de su asociación, deben tener un magazín cultural amplio, al que todos tengan acceso”. Esa amplitud, ese principio de acceso inclusivo, requiere por parte del editor una decantación.
Con el espacio de la diáspora ocurre igual. Han dicho: tal tema no se publica porque el protagonista está fuera del país, o se publica después que se murió. En el otro extremo, hay quien ha preguntado si para publicar en La Gaceta… hay que irse del país. Las críticas pueden ser de ambas partes.
Creo que cualquier publicación cultural –o por lo menos ésa ha sido la intención de La Gaceta–, tiene que estar alerta con los llamados márgenes o silencios en la cultura. A qué me refiero: hablamos de los escritores de la diáspora, de los artistas e intelectuales del interior del país, pero tenemos que hablar también de la presencia de la mujer, del negro, de la literatura homoerótica, de generaciones más nuevas, de distintas representaciones, aunque está claro que una revista se asocia a un grupo determinado, que muchas veces puede tener una impronta generacional. En nuestro caso, en la revista se reúnen dos o tres promociones de creadores, pero la dirección de la revista ha sido en estos veinte años –con Padura, con Arturo y conmigo – de una sola promoción, y eso también influye. No podemos ni debemos ser ingenuos.
Cuando hablaba de los silencios, me refería también a aquéllos de los intelectuales y artistas importantes que por moda a veces son olvidados y a lo que funciona a veces como lecturas políticas prejuiciadas y arbitrariamente excluyentes, que pueden ocurrir bajo cualquier signo. Lo que es la heterodoxia de hoy puede ser la ortodoxia de mañana. Un gran poeta como Nicolás Guillén –por cierto nuestro fundador – en un momento determinado pasó del canon más estereotipado, al olvido más ramplón, como también lo han sido, por otras lecturas y otros prejuicios, autores como Gastón Baquero o Eugenio Florit. Pero no estoy hablando sólo de lecturas tendenciosas que pudieran ser bajo un signo de política: por ejemplo, el año 2008 fue el centenario de Emilio Ballagas, y afortunadamente se tuvo presente, pagando una deuda indiscutible. Es uno de nuestros grandes poetas, y tal vez por una razón de carencia de espacios (dicen que la memoria en el trópico es muy ligera, porque no sabemos divulgar o salvaguardar nuestros valores culturales emblemáticos) creo que Emilio Ballagas –como Regino Pedroso o Regino Boti o Félix Pita Rodríguez, cuyo siglo de nacimiento ha pasado casi imperceptiblemente – no tuvieron, o siguen sin tener la suficiente divulgación en nuestro país. Otros ejemplos podrían encontrarse en la música, la pintura o el teatro.
En el caso de otras figuras, también nos enfrentamos al silencio, al olvido, sobre todo por la desidia y la arbitrariedad que generan las modas y anti-modas. Por eso hemos tratado, desde nuestra perspectiva y posibilidades reales, darles a algunas de ellas una mayor visibilidad. Un ejemplo es el narrador Miguel Collazo, que por su sencillez y timidez protagonizó una “vidita entre los márgenes y estancias”, y tuvo un desenlace trágico, acorde con la angustia que atravesaba su obra. Fue un escritor de una singularidad que incluso marcó con su influencia a las promociones más jóvenes. Entre otras cosas, nunca ganó el Premio Nacional de Literatura, ni fue jurado de moda, ni objeto de homenajes, y aunque todo el mundo coincide en su admiración, pueden pasar años sin que se publique nada sobre él.
Como modelo de algunas de nuestras propuestas temáticas, y de lo antes mencionado tomemos el número de La Gaceta… asociado a su cuarenta y cinco aniversario. Se le hace un homenaje en contraportada a Collazo y en portada a Flavio Garciandía, destacado pintor cubano que radica fuera del país. En esta misma edición hay un dossier sobre novelistas cubanas de hoy. Hablamos de no tener prejuicios, de que hemos avanzado en determinadas direcciones: en este número se incluye un texto de Reynaldo González que nos presentó en el año 1994 y en ese entonces consideramos que lo que abordaba allí se había quedado atrás en el debate, que precisamente se relacionaba con la presencia de la diversidad sexual y el homosexualismo en la vida de cualquier sociedad. En aquel momento le dijimos a Reynaldo que allí había aspectos que habían sido superados. La vida demuestra que no, que los prejuicios son muy fuertes, se enmascaran y sobreviven de muchas formas, y éste es undemuestra que no, que los prejuicios son muy fuertes, se enmascaran y sobreviven de muchas formas, y éste es un proceso más largo y más complejo que lo las buenas intenciones aspiran.
Otro tema de este número: el dossier sobre las novelistas cubanas, sólo las de la Isla y de profesión activa. Cuando comenté esta idea muchas personas me preguntaron: “¿Son tantas?” Puedo decir que aquí hay representadas diecisiete y nos faltaron cuatro o cinco que no pudimos localizar o no entregaron a tiempo las encuestas, o se nos olvidaron, incluso en el caso tan involuntario como el de una amiga, si de preferencias personales se trata, y estoy seguro de que nos van a faltar otras que no recordamos en ese momento. Estamos hablando de una veintena de novelistas cubanas con una presencia viva en la narrativa de la Isla. Sin embargo, hay quien reacciona con total escepticismo: “¿Se justifica el dossier?” Y el dossier desbordó la revista.
Siguiendo con el curso de los márgenes, uno de los textos importantes que hemos publicado en los últimos años en La Gaceta…, una entrevista ejemplar que funciona como testimonio, la hizo Tato Quiñones a Manolo Granados, un narrador con una voz muy particular que murió en el extranjero y ha sido poco conocido. Es decir, esto ha estado en la voluntad de la revista, sin obviar que en la cultura existe un principio que puede parecer muy elitista pero que olvidamos a veces en un falso igualitarismo: las jerarquías. Pero, las jerarquías deben ser legítimas y reconocibles, tanto en el centro como en los márgenes. En la cultura, más que en cualquier otro espacio, el igualitarismo es la peor de las desigualdades. Guillén, Carpentier, Lezama y Virgilio son los que son, y eso no se puede confundir.
En el año 1992, cuando reapareció La Gaceta de Cuba, en la primera nota editorial establecimos que la revista se proponía ser la de antes y distinta. Creo que eso no se puede perder de perspectiva, y no lo debe perder del enfoque y perfil editorial ninguna publicación. Si La Gaceta… ha llegado a un estadio, es un desafío para el futuro inmediato.
Para concluir, quisiera hacerlo con alguien que, como “madrina cartesiana” de la revista, ha sido parte medular de este puñado de ideas, y mi interlocutora lúcida y entrañable de más de veinte años, Graziella Pogolotti:
A través de la historia, las publicaciones culturales se han forjado en torno a un núcleo, una falange sectaria, dispuesto a vencer obstáculos para formar un público lector hecho a su imagen y semejanza. Auspiciada por la organización de los escritores y artistas cubanos, La Gaceta de Cuba ha tenido que articular un diálogo destinado a tender puentes entre intereses diversos con vistas a contribuir a la ejecución de una política cultural definida de manera general en términos conceptuales y modulada por la constante renovación impuesta por la práctica, apegada a las demandas del día que transcurre. Identificados con ella, sus destinatarios se agrupan en círculos concéntricos de profesionales de la cultura, de intelectuales en el más amplio sentido del término y de estudiantes en constante relevo generacional. Ha sembrado inquietudes y atravesado pequeños huracanes. Ha removido prejuicios y tabúes. Por eso, ha participado activamente en la modelación del presente y habrá de constituir, sin dudas, fuente documental








