Di emigranti per scelta o di esiliati per forza, Cuba ha una lunga tradizione. Oggi potrebbero essere gli sposi cubani di cittadini stranieri, ma anche i lavoratori distaccati all’estero. Così come i balseros di qualche anno fa o gli esuli cubani negli States dei tempi della rivoluzione, sono i nuovi esiliati dalla terra d’origine. Ma anche in epoca precedente, molti cubani hanno lasciato la loro terra, per scelta o per obbligo: (continua...)
sotto la dominazione spagnola, per esempio, molti cubani che aderirono ad alcune società segrete come la Gran Legiòn del Aguila Negra, di ispirazione massonica, o la Soles y Rayos de Bolivar, messe al bando dal governo spagnolo, furono condannati all’esilio (oppure condannati a morte nei casi ritenuti più gravi).
Si potrebbero indicare diverse altre tipologie di esiliati o emigranti cubani, che non farebbero altro che allargare la tradizione dei “senza terra”, cioè di coloro che sono considerati stranieri nella loro terra d’origine e nella terra di loro adozione. Ciò che io credo accomuni ogni senza terra, di qualsiasi parte del mondo, è quel legame speciale, un vero e proprio sentimento, a quella che ognuno sente ed elegge come la “propria terra”, che il più delle volte corrisponde alla propria e lontana terra natale. Un sentimento, il più delle volte, contraddittorio, a volte, eccessivamente nazionalistico; sempre molto passionale.
Ogni esule dimostrerà a suo modo la sua passione ed i propri sentimenti; qualcuno lo terrà dentro sé, altri lo condivideranno con loro consimili, altri ancora, i più talentuosi, cercheranno di condividerlo in arti, musica, cinema, scrittura, poesia o in mille altri modi molto personali. Da questi sentimenti, come dicevo, molto passionali, di quelli che segnano la vita delle persone, son nate diverse opere sia nel cinema che nella letteratura, nella poesia o nell’arte. Gli autori non ne sono stati altro che interpreti, illustri e capaci, è vero, ma pur sempre interpreti di quel sentimento e quella passione: vera causa prima e stimolo della ricerca di un’espressione.
Di queste “espressioni” se ne potrebbero citare un’infinità. Ma, ritornando a Cuba, vorrei citare un poeta dell’ottocento, José Maria de Heredia (1803-1839), anch’egli un senza terra perché condannato all’esilio, il quale, durante la sofferenza del suo esilio, compose l’Hinno del desterrado (Inno dell’esiliato), divenuto poi una sorta di ispirazione costante alla causa della libertà.
I versi che seguono, tratti dall’opera di J.M. de Heredia, sono dedicati a tutti i senza terra cubani:
Dulce Cuba! En tu seno se miran
en su grado màs alto y profundo,
la belleza del fisico mundo,
los orrore del mundo moral.
Cuba! Al fin te veràs libre e pura
Como el aire del luz que respiras,
cual las ondas hirvientes que miras
de tus playas la arena besar.
Aùnque viles traidores le sirvan,
del tirano es inùtil la sana,
que no en vano entre Cuba y Espana
tiende inmenso sus olas el mar.
*
(Dolce Cuba! Nel tuo seno si vedono
nel grado più alto e profondo,
la bellezza del fisico mondo
e gli orrori del mondo morale.
Cuba! Ti vedrai infine libera e pura
come l’aria luminosa che respiri
come le onde agitate che vedi
baciare la sabbia delle tue spiagge.
Seppur servito da vili traditori,
del tiranno è inutile l’ira,
ché non invano tra Cuba e la Spagna
il mare stende immenso le onde).








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